Il bilancio del Comune di Roma è irregolare, i tecnici della Ragioneria dello Stato ed i più grandi studi internazionali legali della capitale sono stati incaricati di seguire lo scandalo, ma nessuno parla, compreso il nuovo sindaco che non può denunciare i falsi per ragioni politiche. Infatti se divulgasse il vero stato delle cose si suiciderebbe come sindaco, il governo dovrebbe commissariare il Comune ed Alemanno e la sua giunta non potrebbero più disporre di un euro. Sembra che almeno una parte dei bond emessi dal Comune di Roma sono hedge funds, spazzatura, peggio di quella di Napoli. Ma il gentlemen agreement Berlusconi-Veltroni terrà lo scandalo lontano dai media così da ottenere un "ottimo risultato" a scapito dei romani rinviando (come al solito) il problema..
Tremonti inventa il decreto "salva Roma" che nomina Alemanno commissario straordinario per i debiti pregressi, si parlerà di qualche dato occultato da Veltroni e la sua maggioranza , ma niente di più ed il gioco è fatto.
mercoledì 25 giugno 2008
mercoledì 30 aprile 2008
sabato 19 aprile 2008
Elezioni finite.. restano i casini
Verrebbe da dire a parte il ballottaggio di Roma (molto aperto) dopo le nazionali scompare la formazione di sinistra comunista, non radicale che invece è stata eletta col PD, non decolla la destra, qualche SVP, una forte e vincente Lega Nord, Di Pietro che ora si differenzia di nuovo dopo essersi preso i voti, la Lega del Sud e ..appunto Casini e l'UDC, oltre naturalmente a Berlusconi col suo Popolo della Libertà. Un terremoto nei partiti con sparizioni dolorose e meno, ma sicuramente nessun progresso a livello di democrazia, con due nuovi feudi affermati e due leader di maggioranza e opposizione in una sorta di gentlemen agreement del comando.
Senato e Camera:
PDL 141 - 272
Pd 116 - 211
Lega Nord 25 - 60
Idv 14 - 28
Udc 3 - 36
Mpa 2 - 8
SVP 2
Senato e Camera:
PDL 141 - 272
Pd 116 - 211
Lega Nord 25 - 60
Idv 14 - 28
Udc 3 - 36
Mpa 2 - 8
SVP 2
mercoledì 2 aprile 2008
Veltrusconi
di Stefano Folli sul Sole24ore
«Veltrusconi», una brutta parola che fotografa una certa realtà
Brutto e persino inquietante, il fotomontaggio che illustra il servizio di "Newsweek" dedicato all'Italia ha il pregio della chiarezza. Serve a far capire che i nostri blandi duellanti, Veltroni e Berlusconi, hanno il dovere morale e politico di affrontare insieme le emergenze dell'Italia. Ossia di «portare fuori la spazzatura», tanto per restare nelle metafore che non lasciano nulla all'immaginazione.
Del resto, se è vero che l'assegnazione a Milano dell'Expo 2015 è il risultato di un lavoro di squadra assai «bipartisan», come quasi tutti hanno sottolineato (tranne Berlusconi e Prodi), non è strano che qualche osservatore consideri realistica l'ipotesi di una grande coalizione per evitare la paralisi nazionale. «Veltrusconi» è un termine giornalistico, forse sgradevole: ma è anche la fotografia di una realtà. Non va inteso alla lettera, ma nella sostanza. Come dire che – vista da lontano – l'Italia appare un Paese spaccato e bisognoso di essere riunificato. Era così anche nel 2006, quando dalle elezioni emerse il pareggio, ma Prodi fece dell'ironia («se ho due voti di maggioranza, penso che uno sia di troppo»). Due anni dopo il problema è rimasto lo stesso. E a modo suo "Newsweek" ha messo il dito nella piaga.
Come è ovvio, i due protagonisti della vicenda elettorale si sono affrettati a prendere le distanze: non pensano affatto a larghe intese dopo il 14 aprile, garantiscono all'unisono le due facce di «Veltrusconi». Peraltro è logico. Siamo a dodici giorni dal voto. In nessun paese al mondo i contendenti ammetterebbero accordi per il dopo alla vigilia delle elezioni. Berlusconi e Veltroni hanno il diritto di verificare l'esito delle urne. Tuttavia è chiaro quale sarà il dibattito post-elettorale. Si parla di «fase costituente», di riforme «da scrivere insieme », si adombra da varie parti, in particolare dal fronte berlusconiano, una situazione economica drammatica.
Se il voto non offrisse un risultato limpido, in particolare al Senato, chi e come sarebbe in grado di garantire un governo all'Italia? S'intende un governo per decidere e non solo per vivacchiare. Un governo, appunto, «per portare fuori la spazzatura». Non è detto che debba essere una grande coalizione di impianto classico, alla tedesca, come quella cui accenna la rivista americana. Ma è inevitabile, se i numeri saranno precari, che si definisca una responsabilità comune in Parlamento delle maggiori forze. Sulle riforme costituzionali, certo, ma non solo su quelle. Visto che un immediato ritorno al voto sarebbe suicida e, d'altro canto, non sarebbe comprensibile un'intesa sulle riforme e allo stesso tempo uno scontro senza respiro sull'economia, è giocoforza che Pdl e Pd trovinoil modo d'intendersi.
In fondo, "Newsweek" ha detto questo e non è entrata nei labirinti della politica italiana. Che poi l'accordo si riveli utile al Paese e non sia solo un patto di potere, come paventa Casini, questo dipende dalla serietà dei leader e dai vincoli imposti dalle circostanze. Vale a dire l'inflazione che risale, il peso del debito pubblico, la crescita vicina allo zero.Come sostiene D'Alema a proposito dell'Expo 2015, «quando sono in gioco gli interessi fondamentali del Paese, bisogna sapersi unire». Per cui appare un po' di maniera la reazione di Veltroni, secondo cui «la democrazia anglosassone prevede che ci sia sempre una maggioranza e un'opposizione ». Talvolta esistono le eccezioni, in condizioni peculiari. Anche il leader del Pd lo sa, ma al momento non può dirlo.
..ed è nato anche un sito veltrusconi.it
sabato 5 gennaio 2008
Le tetrarchie antiche e moderne di Alessandro Pizzuti
Il Medioevo ebbe inizio nel 476 d.C. con la caduta dell’impero romano d’Occidente. In realtà l’impero era già in crisi dall’avvento delle invasioni barbariche e Diocleziano istituì la tetrarchia per organizzare e controllare meglio l’impero, mentre Costantino usò la religione cristiana per mantenere, anche se per poco ancora il potere sull’Europa. L’Alto Medioevo che va dal 476 al Mille sviluppa quasi subito il sistema feudale, cioè si configura un modello di stato caratterizzato non a caso dalla presenza di poteri centrali deboli, rispetto invece alla forza di poteri locali o di casta. Si creano singoli organismi politici nella persona di una miriade di feudatari, cioè di grandi signori appartenenti alle famiglie aristocratiche, che si accaparrano più terre e acquisiscono potere. Essi a loro volta, nel sistema feudale, per poter gestire, cedono terreni in cambio di benefici (il rapporto di fedeltà). Come conseguenza fondamentale della frammentazione politica, si forma una società gerarchizzata, in cui si delineano precisi confini sociali, in cui i vari ceti sociali sono delle vere e proprie caste chiuse senza apertura sociale. Le classi erano 4: l’aristocrazia terriera (di origine guerriera), i contadini (destinati alla produzione dei beni materiali), i ministeriales (svolgevano le funzioni amministrative, ad litteram, dal signore) e i servi (tra cui quelli della gleba). Era convinzione comune che questa suddivisione sociale riflettesse un disegno provvidenziale di Dio e tutti ritenevano che Dio stesso avesse diviso la società nell’ordo dei bellatores (i guerrieri), oratores (sacerdoti) e laboratores (contadini e artigiani), la quarta era l’elitè nobiliare ed ecclesiastica del potere. Quindi la disuguaglianza sociale era considerata come un principio giusto, voluto da Dio per garantire l’ordine e il mutuo soccorso. Passare da una categoria a un’altra era impossibile. Si registrava così una grave crisi economica diminuendo drasticamente il flusso dei commerci e portando l’economia alla pura sussistenza. Le conseguenze furono un ritorno al baratto ed un degrado progressivo migliorato solo in seguito con nuove scoperte. Le continue innovazioni tecnologiche del mondo moderno dovrebbero aiutare il mercato e quindi migliorare il potere di acquisto dei cittadini come accadde nel rinascimento, invece dopo il secondo millennio ci si accorge che ogni possibile miglioramento viene o stoppato sul nascere (alternative energetiche al petrolio che è costantemente in aumento di prezzo) o stabilizzato in tetrarchie o simili per garantire che i flussi economici restino sempre inalterati e mai migliorativi per gli utenti. La telefonia mobile in Italia è un esempio classico di questa tetrarchia: parte con un monopolio della SIP, poi TELECOM, finta liberalizzazione e poi l’attuale divisione in 4 gestori a caste chiuse, senza più concorrenza fra loro, ma con l’incredibile e sfacciata idea che per risparmiare sulle tariffe si debbano acquistare almeno 4 telefoni con relative schede. Su questa falsa riga i gestori di telefonia fissa -internet e 4 grandi pay tv (tra analogico, satellite e digitale) di cui una finge da anni di essere pubblica motivando con la concorrenza all’altra privata. Sulla strada anche l’energia che continua ad aumentare le bollette con la scusa dell’aumento del prezzo del greggio, ma in realtà prepara un altro mercato chiuso e comunque evita sempre la concorrenza fra i gestori, che aumentano i prezzi sempre all’unisono come i benzinai. La grande distribuzione, che è il campo dove ho avuto la maggiore esperienza lavorativa punta a fidelizzare con le carte, che pian piano diventano strumenti sempre più succhia-soldi col credito al consumo, facilitando gli acquisti rateizzati e usurando come le banche con gli interessi mensili sempre più alti delle revolving. Quattro grandi banche ormai ci sono già, frutto delle fusioni e delle concentrazioni. Anche la politica sembra avviarsi ad una tetrarchia. Fallito ormai il sistema bipolare, si punta a 4 grandi aggregazioni dalla destra alla cosa rossa ed in mezzo i due leader antagonisti di riferimento. La domanda è se questo rappresenterà solo l’ennesimo tentativo di conservare l’esistente o porterà realmente benefici ai cittadini del neo-feudalesimo. Visti i precedenti c’è poco da sperare.
venerdì 30 novembre 2007
Il Vassallum
mercoledì 21 novembre 2007
Neo Feudalesimo Italiano
di Alessandro D'Ovidio
All’origine delle patologie che segnano i percorsi di questo Paese vi è uno scivolamento progressivo verso forme più o meno evidenti di neofeudalesimo. Il sistema socio-politico italiano somiglia sempre più ad un coacervo di istituzioni, usanze, consuetudini e prassi di stampo feudale. Un sistema a deriva feudale in politica dove l’applicazione del meccanismo elettorale uninominale-maggioritario ha favorito la crescita e il consolidamento di potenti consorterie partitiche. La modifica del modello elettorale in senso proporzionale ha ulteriormente rafforzato il ruolo ed il potere delle oligarchie centrali e le ultime elezioni politiche hanno visto l’elezione di un Parlamento i cui rappresentanti sono stati rigidamente selezionati dalle segreterie dei partiti sulla base di obbedienze certe e fedeltà al capo. La prospettiva federalista e l’edificazione in periferia di un’architettura amministrativa e politica fortemente decentrata con il ruolo e l’elezione diretta di presidenti di Regioni, di Province e sindaci hanno confermato ancora di più questa deriva neofeudale.Infatti, invece di realizzare un moderno federalismo, si sono moltiplicati i centri di potere e di spesa senza responsabilità e controllo. Così una riforma, considerata indispensabile per modernizzare il Paese, si è trasformata in una zavorra che rischia di affondare lo stesso sistema politico e istituzionale. Nello stesso tempo, il protagonismo di taluni sindaci e governatori regionali, la loro forza sul territorio, la loro possibilità di porre ostacoli a volte insormontabili agli indirizzi e alle politiche unificanti del governo centrale, somigliano sempre più alle intemperanze che vassalli, valvassori, valvassini manifestavano periodicamente nei confronti del sovrano, rivendicando un potere di veto rispetto alle decisioni assunte dal centro. Un sistema a deriva oligarchico-feudale in economia dove la compenetrazione tra banche e impresa si è fatta sempre più salda e la tendenza alla concentrazione si è consolidata soprattutto nell’ultimo anno. La auspicata razionalizzazione, soprattutto nel settore dei servizi, non si è risolta, come tutti speravano, in maggiore competitività o in un miglioramento della qualità dei servizi. Ha invece favorito la formazione e lo sviluppo di potenti strutture monolitiche nei settori dell’energia, delle telecomunicazioni, del credito e delle assicurazioni, senza arrecare utilità ai consumatori sul piano della riduzione delle tariffe e senza apportare benefici (in senso paretiano) al sistema economico nel suo complesso. Questa tendenza neofeudale non riguarda solo l’economia o la politica ma ha contagiato ormai anche particolari aree della società come il Terzo Settore, che nella sua attività di erogazione di servizi dovrebbe essere ispirato da motivazioni nobili, da princìpi in un certo senso svincolati dalle logiche del mercato, da valori altri rispetto a quelli del profitto. Non obbediscono a logiche di appartenenza feudale le Coop, in diversi casi vere e proprie holding societarie, o la Compagnia delle Opere? L’azione di questi colossi dei servizi e della finanza non viene forse informata da tendenze monopoliste e da logiche di espansione territoriale propria dei soggetti profit? Per diversi aspetti, anche la Pubblica amministrazione versa in condizioni feudali. I cittadini e le imprese non pagano quotidianamente opprimenti diritti di servaggio e di corvées ad élite burocratiche autoreferenziali per svolgere la propria attività o per ottenere il riconoscimento di diritti e facoltà previsti dalla legge? L’azione di alcuni dirigenti di Amministrazioni pubbliche, super pagati e incompetenti, non ricorda forse quegli antichi signorotti feudali che, rinserrati nel loro feudo, protetti dal sovrano, cercavano di massimizzare la propria rendita di posizione, imponendo pesanti diritti di passaggio? Questi “moderni” manager delle burocrazie centrali e locali non rappresentano forse il crocevia privilegiato, il luogo di scambio in cui avviene la compensazione degli interessi tra politica, imprese e Pubblica amministrazione? E le vessazioni e gli arbitrii continuamente sperimentati dai cittadini sulla propria pelle quando si trovano di fronte alla Pubblica amministrazione (per una prestazione sanitaria, una autorizzazione, una licenza o altro) non somigliano a meccanismi feudali in cui chi domanda sconta una condizione di inferiorità assoluta e priva di garanzie di fronte ad un Moloch onnivoro, incontrollabile e irresponsabile delle proprie azioni?Il sistema di imposizione fiscale poi con le sue gabelle, tasse, imposte, balzelli, completa l’edificio neofeudale, assicurando la possibilità a chi gestisce la cosa pubblica di amministrare e spendere le risorse collettive senza una “ratio” e spesso senza un fondamento. In questo schema, il distacco tra i cittadini (i tassati) e la politica (che impone le tasse) diventa incolmabile e la crisi dello Stato da fiscale diventa morale, perché la dilatazione del prelievo tributario, assumendo i contorni di una vera e propria perversione istituzionale, diventa espressione diretta della decisione politica di spendere senza una finalità certa, chiara e trasparente agli occhi dei cittadini. I cittadini, dunque, toccano quotidianamente con mano le inefficienze delle Pubbliche amministrazioni e, accorgendosi che il prelievo fiscale non si traduce in una maggiore qualità dei servizi ricevuti, finiscono con l’accumulare un astio ed un risentimento sempre crescenti. E non migliora certo la loro visione della Pubblica amministrazione e degli Enti pubblici il sapere che retribuzioni e liquidazioni di amministratori delegati e manager pubblici sono mediamente più elevate di quelle dei colleghi europei, mentre i servizi (ferrovie, aerei, trasporto pubblico locale) stanno scivolando verso standard da paesi in via di sviluppo.
All’origine delle patologie che segnano i percorsi di questo Paese vi è uno scivolamento progressivo verso forme più o meno evidenti di neofeudalesimo. Il sistema socio-politico italiano somiglia sempre più ad un coacervo di istituzioni, usanze, consuetudini e prassi di stampo feudale. Un sistema a deriva feudale in politica dove l’applicazione del meccanismo elettorale uninominale-maggioritario ha favorito la crescita e il consolidamento di potenti consorterie partitiche. La modifica del modello elettorale in senso proporzionale ha ulteriormente rafforzato il ruolo ed il potere delle oligarchie centrali e le ultime elezioni politiche hanno visto l’elezione di un Parlamento i cui rappresentanti sono stati rigidamente selezionati dalle segreterie dei partiti sulla base di obbedienze certe e fedeltà al capo. La prospettiva federalista e l’edificazione in periferia di un’architettura amministrativa e politica fortemente decentrata con il ruolo e l’elezione diretta di presidenti di Regioni, di Province e sindaci hanno confermato ancora di più questa deriva neofeudale.Infatti, invece di realizzare un moderno federalismo, si sono moltiplicati i centri di potere e di spesa senza responsabilità e controllo. Così una riforma, considerata indispensabile per modernizzare il Paese, si è trasformata in una zavorra che rischia di affondare lo stesso sistema politico e istituzionale. Nello stesso tempo, il protagonismo di taluni sindaci e governatori regionali, la loro forza sul territorio, la loro possibilità di porre ostacoli a volte insormontabili agli indirizzi e alle politiche unificanti del governo centrale, somigliano sempre più alle intemperanze che vassalli, valvassori, valvassini manifestavano periodicamente nei confronti del sovrano, rivendicando un potere di veto rispetto alle decisioni assunte dal centro. Un sistema a deriva oligarchico-feudale in economia dove la compenetrazione tra banche e impresa si è fatta sempre più salda e la tendenza alla concentrazione si è consolidata soprattutto nell’ultimo anno. La auspicata razionalizzazione, soprattutto nel settore dei servizi, non si è risolta, come tutti speravano, in maggiore competitività o in un miglioramento della qualità dei servizi. Ha invece favorito la formazione e lo sviluppo di potenti strutture monolitiche nei settori dell’energia, delle telecomunicazioni, del credito e delle assicurazioni, senza arrecare utilità ai consumatori sul piano della riduzione delle tariffe e senza apportare benefici (in senso paretiano) al sistema economico nel suo complesso. Questa tendenza neofeudale non riguarda solo l’economia o la politica ma ha contagiato ormai anche particolari aree della società come il Terzo Settore, che nella sua attività di erogazione di servizi dovrebbe essere ispirato da motivazioni nobili, da princìpi in un certo senso svincolati dalle logiche del mercato, da valori altri rispetto a quelli del profitto. Non obbediscono a logiche di appartenenza feudale le Coop, in diversi casi vere e proprie holding societarie, o la Compagnia delle Opere? L’azione di questi colossi dei servizi e della finanza non viene forse informata da tendenze monopoliste e da logiche di espansione territoriale propria dei soggetti profit? Per diversi aspetti, anche la Pubblica amministrazione versa in condizioni feudali. I cittadini e le imprese non pagano quotidianamente opprimenti diritti di servaggio e di corvées ad élite burocratiche autoreferenziali per svolgere la propria attività o per ottenere il riconoscimento di diritti e facoltà previsti dalla legge? L’azione di alcuni dirigenti di Amministrazioni pubbliche, super pagati e incompetenti, non ricorda forse quegli antichi signorotti feudali che, rinserrati nel loro feudo, protetti dal sovrano, cercavano di massimizzare la propria rendita di posizione, imponendo pesanti diritti di passaggio? Questi “moderni” manager delle burocrazie centrali e locali non rappresentano forse il crocevia privilegiato, il luogo di scambio in cui avviene la compensazione degli interessi tra politica, imprese e Pubblica amministrazione? E le vessazioni e gli arbitrii continuamente sperimentati dai cittadini sulla propria pelle quando si trovano di fronte alla Pubblica amministrazione (per una prestazione sanitaria, una autorizzazione, una licenza o altro) non somigliano a meccanismi feudali in cui chi domanda sconta una condizione di inferiorità assoluta e priva di garanzie di fronte ad un Moloch onnivoro, incontrollabile e irresponsabile delle proprie azioni?Il sistema di imposizione fiscale poi con le sue gabelle, tasse, imposte, balzelli, completa l’edificio neofeudale, assicurando la possibilità a chi gestisce la cosa pubblica di amministrare e spendere le risorse collettive senza una “ratio” e spesso senza un fondamento. In questo schema, il distacco tra i cittadini (i tassati) e la politica (che impone le tasse) diventa incolmabile e la crisi dello Stato da fiscale diventa morale, perché la dilatazione del prelievo tributario, assumendo i contorni di una vera e propria perversione istituzionale, diventa espressione diretta della decisione politica di spendere senza una finalità certa, chiara e trasparente agli occhi dei cittadini. I cittadini, dunque, toccano quotidianamente con mano le inefficienze delle Pubbliche amministrazioni e, accorgendosi che il prelievo fiscale non si traduce in una maggiore qualità dei servizi ricevuti, finiscono con l’accumulare un astio ed un risentimento sempre crescenti. E non migliora certo la loro visione della Pubblica amministrazione e degli Enti pubblici il sapere che retribuzioni e liquidazioni di amministratori delegati e manager pubblici sono mediamente più elevate di quelle dei colleghi europei, mentre i servizi (ferrovie, aerei, trasporto pubblico locale) stanno scivolando verso standard da paesi in via di sviluppo.
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